E poi aveva appena cominciato a diluviare

La città sbiadita per la nebbia e la foschia. Sul volto la carezza poi sberla di pioggia e vento. Attraversavo i giardini di Porta Venezia. Scricchiolava la terra sotto i miei passi incerti. Che restava da fare? La domanda la evitavo. C’era un disagio muto e informe, invisibile in prima approssimazione, che tentava di articolarsi in parole e suoni, di emergere per evidenziare le tante contraddizioni nelle quali cadevo. Era uno strano crollare di tante certezze inizialmente coerenti. Il primo elemento dava il via a una reazione a catena. Un sogno diverso dal solito. Un’idea strana. Allora bisognava correre al riparo. Cercare in qualche modo di riformarsi, evitare i dubbi e i problemi, ridurre all’ordine e al silenzio le sensazioni nocive. Pensare era un lusso che non potevo concedermi. Arrivato al laghetto dei giardini, ne osservavo le increspature irregolari, la pioggia di gocce come frecce dal campo nemico, l’elegante resilienza dell’acqua. Qualche papera vagava indifferente per lo stagno, mentre i genitori raffreddavano l’entusiasmo dei figli coprendoli e portandoli lontano dal vento: la silenziosa emergenza di un acquazzone imminente. Era stata la metropolitana quella volta. Un momento da nulla, una debolezza. Lo potevo giurare: la mia buona fede era totale, il mio commitment ferreo come non lo era mai stato: avevo giurato che avrei smesso per sempre. Avrei smesso con le parole, avrei smesso con questa mania dello scrivere, dell’osservare le cose. Avrei smesso con lo stupido vizio di buttare giù i verbi, di ricamarci sopra le mie fantasie, di corrompere le menti altrui con frasi e proclami. Insomma, io ci stavo: ero pronto a ridurmi al silenzio. Ero pronto a rinunciare a quella miopia esistenziale dello scrittore, che fatica a individuare nelle cose qualcosa di unico e definito e vi ci trova piuttosto una molteplicità di forme e possibilità. È difficile vivere quando ogni cosa può essere anche una prospettiva. Ci si riempe di entusiasmo allora, si cerca di articolare la propria scoperta con la stessa fatica del primo che aveva capito come si accende un fuoco o si produce la birra. Si gesticola, goffi, si urlacchia qualcosa come viene. La maggior parte delle volte non si capisce nulla. Ma quando funziona è quasi pericoloso. Quanto sangue, quante morti per le belle parole di un rivoluzionario o di un cardinale. Quanti scontri, quante notte insonni. Parole! Democrazia, monarchia, dittatura. Tutto condito da testi, poesie e perorazioni. Ma mai più per me. Io avevo smesso. Non lo avrei più fatto. Era ora di dormire. Era ora di lasciare perdere quelle strane idee, di dimenticare la mia confusione tra le parole e le cose.

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Ormai pioveva a dirotto, fui costretto a cedere. Non era bene stare lì al freddo. Avrebbe destato sospetti e guai a destare sospetti. L’ortodossia vuole che si metta al riparo, l’ortopedia che si stia dritti se si porta l’ombrello e ci si possa curvare solo se si è senza. L’ortografia, poi, non l’avevo mai davvero imparata. Mi incamminai seguendo una coppia che mi sembrava affidabile. Lui aveva l’aria di uno che non era mai riuscito a pensare qualcosa di complesso per un tempo prolungato. Gli si vedeva in faccia. Come invidiavo quella serenità elegante. L’inconsapevole superiorità morale di chi arriva nei giorni più illuminati a chiedersi al più da dove arrivi la corrente elettrica che gli tiene in fresco la carne in frigorifero. Lei in un trench marroncino, davvero grazioso, stivaletti neri che sul selciato era impossibile non notare. Gli si attaccava al braccio, per farsi scudo dalla pioggia sempre più violenta. Si sarebbero mai amati? Era stato in metropolitana, un momento di debolezza, osservando dalle scale mobili il fluire di persone e il realizzare per un istante che ciascuna di loro portava in sé sogni, speranza, una  buona dose di crudeltà gratuita nascosta, l’amore più insospettabile. Osservare che qualcuno di loro poteva avere assassinato altri uomini. Che qualcosa magari si occupava di commercio equo e qualcuno, invece, di finanza o cose del genere. Vederli e guardarli senza vedere nulla del mondo dai tanti punti di vista. Mi era venuto in mente che magari c’è un momento della giornata su quella banchina, in cui tutti incrociano un certo punto di quello spazio con il loro sguardo, l’intersezione di tutti i punti di vista. E quello è l’unico punto in comune. Un punto inutile, che non vuol dire nulla e non significa nulla. Insomma, pensavo quelle cose che non è bene pensare. Ma poi perché? Perché se non si riesce a parlare e non si sa cosa dire, si rischia di farsi male. Serve una forza totale per spiegare che si è fatto il fuoco. Ma il fuoco non lo avevo fatto io. Non lo aveva fatto nessuno di noi. A noi, quando parlavamo, dopo veniva solo sonno. Nelle parole non credevo abbastanza per poterle vivere. E poi aveva appena cominciato a diluviare.

Al di là di ogni ragionevole dubbio

“Non posso aiutarti”
Strinse le spalle rassegnato e scese gli ultimi scalini di fretta, dando le spalle alla figura accartocciata sulla rampa gelida del suo palazzo. Le tempie pulsavano al ritmo dei suoi passi. Era ormai arrivato al punto in cui, per i troppi pensieri, non poteva dormire di notte. Formicolavano impazziti, lasciandolo sveglio e insonne. In fondo, non è che la stessa cosa, pensò. Si è svegli di giorno, perchè è normale, si è insonni di notte, perchè non lo è. Ma, in fondo, cosa cambia?
La strada era ghiacciata. Non pioveva, e questo lo rendeva, se non allegro, quantomeno sereno. Il freddo, ad ogni modo, era sopportabile. Sarà uno degli inverni più freddi, dicevano. Ascoltava le notizie distratto, cogliendo solo frammenti di distruzioni e apocalissi varie che avvenivano in qualche scantinato del mondo. Non lo riguardavano.
Entrò nell’ingresso del dipartimento, attraverso le due imponenti colonne, e una ventata di calore lo investì. Rabbrividì. Salì le scale e si rifugiò nel suo ufficio. Accese la luce, poi sollevò la tapparella e spalancò le ante della finestra. Il vento gelido fece il suo ingresso nella sua sauna quotidiana. Rabbrividì.

La storia era sempre la stessa, identica. Chi siamo? Ma ancor prima, siamo? Se non si può risponder nemmeno a questa domanda elementare, da cui derivano tutte le altre, allora la vita non è che un lungo turarsi il naso, tapparsi le orecchie e bendarsi gli occhi, in attesa di spalancare la nostra ignoranza al mistero finale. Il paradosso era che questo mistero, allo stesso tempo, rappresentava l’unica reale certezza nella vita. Sappiamo solo che un giorno non saremo più, e oggi neppure sappiamo se siamo o non siamo.
Un giorno, pensò, tutto ciò che è possibile diverrà certamente impossibile. E in un lampo improvviso, come colto da un istinto irrefrenabile, desiderò di poter gettare le sue carte dalla finestra, laggiù sulla strada ghiacciata, disperdendo il suo lavoro e il suo inchiostro così logico e freddo – perchè a quello apparteneva, al gelo alla morte all’apollineo trincerarsi dietro le barriere della ragione. Ragione – si ritrovò a concludere – questa è una parola da cancellare dai dizionari di tutto il mondo, Chissà che le prossime generazioni ne dimentichino così l’uso, lasciando il campo alla libertà più pura.

A mezzogiorno, come si usa fare, si avviò verso la mensa. Le sue giornate duravano ventiquattrore, ed era solo a metà.

 

La Spelonca

Requiem

“E benché immerso nei rumori lunghissimi delle sirene lungo il viale assopito nel perlaceo torpore da luna piena, non riuscivo a calmarmi. Ero perseguitato aldilà delle mie proprie forze dal pungiglione venefico della solitudine, indeciso se ritenermi privilegiato per la mia capacità di elaborare così tanti e densi pensieri o disperato per il dolore e la fretta e la furia infuocata che dovevo provare alla vista di un altro. Ero perseguitato da un chiodo. Fisso e indelebile. Ma quale poteva essere il senso di quell’ordine sudaticcio e miserabile che avevo dato alle cose della mia vita? E a placare il dolore non mi restavano che le occhiate silenziose e fugaci che mi pareva di scambiare raramente con pochi miei simili. Gli altri. Chi erano? Perché non potevo conoscerli tutti i passeggeri dei taxi che mi vedevo sfrecciare davanti? Perché non potevo fare l’amore con le donne più belle? Perché mi era proibito di provare a rompere l’asfissiante silenzio del lavoro e del dovere? Li guardavo. Guardavo me stesso. Guardavo la volta appena stellata di quella notte. Ma dov’erano gli altri? E dov’era lei? Così, lottando tra quella furia a tratti mistica e una stanchezza irresistibile mi addormentai sul balcone, riuscendo ancora una volta a scappare dal mondo e rifugiarmi nel fragile mondo fatato dei sogni.”


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Passi

“E lui camminava lungo la via nera come il petrolio lasciandosi trasportare dalla corrente, i piedi pesanti e la testa altrove. Guardava qui e lì distrattamente le luci illuminare la via. Distrattamente urtava e veniva urtato dai passanti. Situazione normale, vita normale. Si strinse nella giacca per combattere il freddo. Sulla destra il supermercato in chiusura, la commessa chiude la cassa annoiata e non vede l’ora di uscire la sera, passare del tempo con le sue amiche, scattare qualche foto… Ma cos’era successo quella sera? Perché? Entrò nel tabacchi e comprò un pacchetto di sigarette. Erano anni che non comprava un pacchetto di sigarette. Ma non sapeva bene come comportarsi. Per tutta la vita aveva reagito di istinto a qualsiasi movimento sospetto del suo subconscio. Si era dedicato a fermare, congelare, contaminare e rallentare qualsiasi sensazione improvvisa, qualsiasi emozione, qualsiasi momento particolare. Ma non quella sera. Quella sera era stato diverso: quella sera non c’era stato bisogno. E questo lo faceva impazzire. Si portò la sigaretta alla bocca, ma non aveva il coraggio di riprendere a fumare. Così camminava con la sigaretta spenta in bocca, facendo un ghigno per paura di farla cadere. E la sigaretta la malediceva e la implorava in lacrime di rievocare uno straccio di qualche dannato ricordo perché così si moriva, così era la fine. Si avviò lungo la salita che lo avrebbe portato a casa, le case ordinate a destra e sinistra erano infastidite saltuariamente da qualche barbone. Incontrò persino qualcuno che conosceva, ma non riusciva a farci molto caso. Si apriva in un grande sorriso e andava oltre. Il segreto dei sorrisi finti sta tutto negli occhi, mica nella bocca. Perché lei era potuta cambiare così tanto? Lui si massaggiava la fronte col suo bicchiere, lo aveva visto fare in un film e si voleva nascondere. Lei lo guardava, ma la conversazione era lenta e non decollava. Si erano salutati, si erano baciati e lui ne aveva approfittato per tuffarsi nel suo odore. Era tutto per la memoria, che faceva cilecca con l’imbarazzo di uno troppo sbronzo anche per una scopata mediocre. Ok. Va bene. A cento metri di casa, si fermò in tempo e prese l’autobus nella direzione opposta. Per andare dove? Allo sbaraglio, ma non così. Non così. Con tutta la stanchezza e il sudore e il senso di aver perso l’ultima illusione che gli era rimasta, almeno andava a farsi un altro gin tonic. Anzi no, sarebbe andato da lei. Anzi, si sarebbe fatto un altro gin tonic e poi sarebbe andato da lei. Per la memoria o una cosa simile. Per forzare finalmente qualche straccio di sensazione e poi andare a dormire.”

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Odori

Gianni avanzava pensieroso nello stretto vicolo milanese, le mani in tasca e il passo ondulato della riflessione. L’odore dei glicini si confondeva con quello più acre degli effetti collaterali del pub poco distante. Era tardi, anche se non sembrava mai tardi da quando avevano cambiato le luci. Era tardi ma non abbastanza tardi per potersi godere quel poco di solitudine da cane randagio del tornare a notte inoltrata. Era tardi, forse era già troppo tardi. Gianni guardava le persone che gli venivano incontro. Guardava le loro scarpe. Sperava di riuscire a capire qualcosa di loro a partire dalle scarpe. Uomo, alto sul metro e ottanta, in completo stropicciato, lo indossa dalla mattina oppure non l’ha stirato. Non ha la fede al dito. Forse vive solo. Se vive solo e ha stirato il completo, perché è stropicciato? Si trascura? Forse la giornata è andata male, forse il periodo? A quel punto si fissava sulle scarpe. Una sola occhiata a disposizione. Scarpe nere di pelle, le stringhe allacciate senza doppio nodo. Non sembrano particolarmente consumate, ma non sono lucide. Chi era quello sconosciuto? Era difficile a dirsi. Gianni lo avrebbe volentieri fermato per domandargli: ma chi sei? Perché ogni tanto gli veniva da fare così, da dare un nome alle cose, da cercare un ordine, una simmetria alle cose… ma ancora più che chiedergli chi fosse o che cosa volesse, a Gianni premeva di fare un’altra domanda, della quale però si vergognava molto di più. Già, perché tutta la faccenda dell’identità era una copertura, sarebbe saltata via, caduta come lo stucco dai muri delle case di quel vicolo pieno di scritte sui muri, non appena lui avesse formulato quello domanda: ma capitava di pensarlo anche a lui? Lo sentiva mai quel groppone allo stomaco che prende i pensieri e li svuota e fa sembrare tutto indistinto, una specie di eco o un rumore confuso? Sentiva mai all’improvviso di essere in trappola, lontanissimo da qualsiasi cosa? Si era mai reso conto che da qualche parte anche lui sentiva che la cosa migliore da fare sarebbe stata viaggiare lontano senza rendersi conto fino a scoprire qualcosa di ovvio e poi riciclarsi insegnanti in un corso di meditazione new age? E poi non arrivava subito dopo tutto il fiume della coscienza e della ragione che riportavano ogni cosa all’ordine, argomentando per bene tutte le decisioni e trovano un posto alle cose?

Gianni allora si calmava un poco, rideva dei suoi pensieri e tornava a vivere la sua vita normalmente. Fino al giorno in cui il riflesso di sé sullo specchietto di un autobus, la metro in ritardo, il suono della lavastoviglie o insomma qualsiasi cosa lo riportavano lì. Gianni voleva chiedere questo al signore single di mezza età, che forse lavorava in un ufficio e si occupava di acquistare componenti per elettrodomestici: ma perché tornava? Perché sarebbe stato più facile badare alla cosa se il pensiero si fosse manifestato nella sua interezza per una settimana, ma così non era una guerra. Era guerriglia, erano imboscate, erano ripensamenti, sobbalzi, spaventi e qualsiasi cosa di innaturale potesse venire in mente. Era una trappola, per dirla in breve. Gianni avrebbe voluto vederci più chiaro. Ne parlava con gli amici, e loro capivano, ogni tanto riusciva anche ad appassionarsi della faccenda con loro. Ma alla lunga in tanti si erano stufati. E come biasimarli. Restavano dunque gli sconosciuti, fosse anche per una questione di metodo: loro non avevano nulla in comune con Gianni, erano persone casuali, potevano avere delle risposte. Magari era stato il suo ambiente o qualche perversa frequentazione. Ma come si parla agli estranei? Gianni non riusciva. Come avrebbe potuto buttare giù la questione? Non sarebbe bastato un salve, signore single di mezza età col completo stropicciato. Stropicciato non lo poteva dire. Salve signore. Più plausibile. Ma come si continuava? L’unica cosa che gli era riuscita era di fermarsi nel pub e aspettare la notte per parlare con gli ubriachi. Ma parlare con gli ubriachi non paga sempre tanto. E poi erano sempre gli stessi. Finiva che Gianni si ubriacava pure lui, come quella sera. E giustificava il passo ondulato con le sue riflessioni. Pazzesco. Finire a ubriacarsi per una cosa del genere: per una domanda. Con tutti i pasticci di questo mondo. Meno male che l’amministrazione comunale funzionava e le luci le avevano cambiate. Sospirò, mentre l’uomo alle sue spalle, col completo stropicciato, girava l’angolo.

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La scrittura verticale

C’è una contraddizione implicita e sottile nella scrittura. Finissima e poco visibile in principio, ma insieme così inevitabile e intensa che non appena la si sia notata, diviene impossibile ignorarla e continuare a ragionare come lo si era fatto prima. Si verifica un fenomeno non distante, se vogliamo, da quello connesso alle illusioni ottiche: si osserva intensamente una figura e si colgono due ordini diversi, due significati opposti, racchiusi nello stesso disegno. Così, il senso preponderante non è ben definito, ma oscilla a seconda della suggestione del momento. Talvolta da un lato, talvolta dall’altro. Analogamente accade con l’esercizio della prosa: si svelano all’improvviso due mondi distinti, lontani l’uno dall’altro, eppure in comune, contenuti nella stessa esperienza. Da un lato, la scrittura rivolta ad un pubblico. Questa scrittura è imperfetta, non sempre elegante, piena di errori, ma trova una fine, è determinata, è fruibile. Si narrano in questo modo le storie, si riempiono le pagine dei romanzi e, insomma, si confeziona qualsiasi prodotto del quale potrà eventualmente fruire un lettore. Si tratta di una scrittura “orizzontale”, direzionata da uno scrittore a un lettore. Dall’altra parte, c’è una scrittura che segue spinte diverse, che non riesce a concludersi, ma si definisce negando di volta in volta se stessa e rimbalzando per approssimazioni da uno stato ad un altro, senza riuscire a fermarsi. Si scrivono parole che si associano tra di loro da sé, non ci si pone il problema della forma e del senso compiuto. Si prova piuttosto a raccogliere nelle parole la gravità di alcuni concetti universali e inesprimibili, dei quali si prova a catturare un riflesso. Ci si innalza questa volta in “verticale” quindi. Si colgono bozze di simmetrie, meccanismi più alti, tipici dell’umano, che legano le persone nei secoli e ai quali ci si aggrappa con tutte le forze. A metà tra queste due direzioni, sta lo scrittore. Da un lato, costretto a lavorare di raziocinio in orizzontale, al fine di essere sempre chiaro e completo. E quindi sforzandosi insieme di chiudere le frasi che vorrebbe lasciare incompiute e di limare lo stile affinché sia gradevole. Dall’altro, portato o abbandonato da un impulso interiore verso suggestioni più forti ed intense, dalle quali nascono i punti vitali intorno al quale tesse la rete. Due vettori così diversi e intimamente legati da produrre una serie di vibrazioni così intense, da rendere precario e oscillante l’intero sistema esistenziale di chi si fa carico di questo compito, tanto da spingere molti verso la rinuncia, altri verso il giornalismo e alcuni verso un misticismo autoreferenziale incomprensibile. Come si può, dunque, mantenere l’equilibrio? Quali precauzioni bisogna prendere? Purtroppo non esiste risposta. E se esistesse, non avrebbe senso l’intera domanda. Certo, esistono tecniche e trame ben definite, percorsi già tracciati da seguire più o meno fedelmente, ma questo significa poco. La libertà si impara poco per volta, dando un percorso e scoprendone le curve e le velocità. E purtroppo, il problema non sono i vincoli, non sono i percorsi, non è la bravura. Il problema è la mancanza di allenamento, la poca dedizione alla causa, la difficoltà nel reperire quell’energia dell’animo che sia sufficiente a procedere, ad avanzare, e che va coltivata senza badare a spese, senza che ci si possa fermare, senza mai poter lasciar perdere. Un’urgenza, vera e propria, che deve spingere forsennatamente, insensatamente, verso l’atto della scrittura e le sue contraddizioni. Una forza innaturale, ma la scrittura non è naturale. Il romanzo è un artificio, come lo sono le storie. Nella natura le forme non sono chiuse, non sono geometriche, non sono per forza gradevoli. È nell’occhio che si compie l’associazione. E così è con le lettere. In questo caos allora, rimane soltanto la speranza di riuscire, volta per volta, a fare sempre del proprio meglio e di restare abbastanza maldestri da continuare a inciampare, dovendo così rimanere per necessità abili nell’arte del tornare in piedi.

La Spelonca

Lo scrittore e l’incoerenza

L’uomo moderno è un uomo incoerente.

La pretesa di definire un carattere, una personalità unica ed uguale nel tempo, un insieme di principi invalicabili, è ormai vana e irrealistica. La realtà – come ci appare – è questa: un mondo fluido e instabile, e al contempo un campo infinito di esperienze possibili.

Lo scrittore, ai giorni nostri, ha l’opportunità immensa di riflettere quest’incoerenza del mondo – quest’incoerenza che è anche la sua incoerenza – nelle trame che dipana, nei personaggi che inventa, nelle situazioni che descrive. Lo scrittore, oggi più che mai, può convogliare ognuno dei lati del suo carattere in un personaggio di una storia; può creare un intreccio in cui tutte le scelte possibili accadono contemporaneamente – è sufficiente distribuirle tra i personaggi.

Lo scrittore, oggi, sperimenta il Possibile in tutta la sua forza: per non dare più importanza a ciò che è che a ciò che non è.

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La Spelonca – Week 2

La Spelonca si affaccia alla sua seconda settimana di vita. Abbiamo ricevuto i primi riscontri e messo il primo tassello di un lungo percorso. L’obiettivo, ambizioso ma necessario, è semplice: scrivere. Senza fronzoli, distrazioni, espedienti di varia natura: bisogna avere il coraggio di dire “Io scrivo”. Non per questo ci sentiamo già scrittori. Non ci illudiamo; anzi, si può dire che la nostra meta sia quella.

Nel percorso il rapporto con i lettori è cruciale: per questo i vostri commenti, proprio ora che siamo all’inizio, ancora deboli e bisognosi di sostegno, sono il nostro pane. Aspettiamo i vostri giudizi sui racconti, che andremo via via riproponendovi fino alla prossima uscita. Diteci cosa pensate: dei personaggi, delle trame, i pregi e i difetti, cosa vi ricordano, cosa vi suggeriscono. Una parola o una frase: basta questo.

La Spelonca è prima di tutto un work-in-progress: chiunque tra di voi scriva, o desideri provare, o sia stato anche soltanto sfiorato o stuzzicato dall’idea nella sua vita, ci contatti. Siamo aperti a tutti: le regole sono pochissime e flessibili, e siamo pronti ad adattare le nostre idee per lasciare la più totale libertà di scrittura.
Quindi non tiratevi indietro: osate scrivere. Osate ritagliare un piccolo spazio nelle vostre giornate per dedicarvi alla scrittura. Provate, e capirete cosa ci spinge a fare tutto questo. Opponetevi al flusso e bloccate le immagini per un istante: nulla avrà più importanza, e scrivere diventerà una liberazione.
Fateci sapere: vi attendiamo e non vediamo l’ora di conoscervi.

 

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La Spelonca – Day 1

Nasce il collettivo “La Spelonca”, luogo di prose sperimentali e tentativi, spazio libero e aperto, tentativo d’arte e comunità. Da oggi, ogni mese verrà pubblicata una puntata di un racconto, per ciascuno dei nostri membri. Questo percorso, che sappiamo essere lungo e insidioso, lo affrontiamo con entusiasmo, mossi dalla passione per questo genere, dalla speranza che si possa formare una comunità e dalla curiosità di vedere che cosa potrà accadere (e anche con un po’ di paura a essere onesti).

Ogni membro del gruppo ha uno pseudonimo, per giocare e sperimentarsi. Ogni racconto è diviso in puntate, che si trovano già nella sezione I Racconti, da scaricare liberamente in formato pdf.

E se mai riusciremo a farti ridere, piangere, sbadigliare, annoiare, dormire, a entusiasmarti o a farti provare qualsiasi tipo di sentimento, ti saremo grati se vorrai scriverci e darci un parere (i contatti li trovi qui).

Ti aspettiamo.

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